La Papessa non è Persefone ma in comune hanno il melograno.

Persefone è legata all’equinozio d’autunno e anche la Papessa.

Questo legame nasce dal fatto che da questo momento dell’anno, fino a primavera, è cosa saggia tirare i remi in barca e sfruttare il tempo in cose tipo riflettere, meditare, concentrarsi sui progetti nella fase organizzativa, curare l’anima e cercare una via concorde con la stagione del riposo della natura.

Persefone, la dea fanciulla figlia di Demetra, viene rapita da Ade, zio e poi sposo, e vive metà del suo anno nell’oltretomba.

Entra come fanciulla e ne esce come regina.

Questo indica che nel periodo di apparente stasi, nell’ombra, nel ventre sacro della terra, si può comunque operare una trasformazione.

Mabon ( altro nome che indica l’equinozio autunnale), Papessa e Persefone sono come il melograno, apparentemente secchi fuori ma ricchi di frutti rossi e succosi dentro.

Così la dea fanciulla ha in sé i semi gustosi ma non è matura ancora e le serve la Papessa per attivarli.

Questo significa che ha bisogno di conoscersi profondamente, di studiare chi è, cosa non è e per farlo deve isolarsi dal mondo.

Per diventare regina del suo mondo deve prima allontanarsi dalla strada protetta e conosciuta, deve guardare il lato di se stessa che non vede normalmente e poi riconoscersi.

Questa è la storia di una perdita, di una ferita che guarisce solo attraverso la conoscenza.

Il Melograno aperto sembra proprio una ferita lasciata allo sguardo di chi ha il coraggio di guardare.

La Papessa non permette a chiunque di andare oltre il velo del suo tempio, del suo spazio e Mabon è il momento  dell’anno perfetto per chiudere la porta e riflettere, fare pulizia interiore, comprendere chi e cosa portare nella stagione fiorente e prima del solstizio invernale che rappresenta la morte momentanea di tutte le cose.

Va cercato l’equilibrio perché senza questo non c’è trasformazione, questa è la parte fondamentale durante l’equinozio.

La Papessa è preparazione prima di diventare Imperatrice, Persefone scende nel Tartaro e diventa seme, l’equinozio promette equilibrio solo se si è disposti a sacrificare una parte di sé.

Anche noi abbiamo un percorso stagionale, seguiamo la ruota dell’anno pur non avendone, a volte, coscienza, quindi meglio sarebbe avere gli occhi aperti e assaporare i frutti del melograno uno a uno o a manciate, purché ci sia la responsabilità di averlo fatto volontariamente.

Tutto questo pensiero ingarbugliato, fatto di parallelismi forse anche azzardati per ricordare che c’è un tempo per ogni cosa e che seguire il flusso naturale è quasi sempre la soluzione migliore.

Perciò è normale e naturale trovarsi malinconici alle soglie dell’autunno, è normale pensare ai frutti/ricordi dell’estate che, messi da parte, ammucchiati in un angolo dell’animo, possono essere il concime perfetto per il terreno della crescita spirituale e mentale.

Credo fermamente nel momento di ozio, di stasi per poter ripartite.

Forse non con lo slancio a tremila, ma sicuramente con la visione più completa.

Bisogna ricordare che questa stagione è appena prima di quella che in antichità era la peggiore, l’inverno, e l’inverno è duro se non si hanno progetti che traghettano verso la rinascita.

Sii Persefone che si trasforma, sempre e comunque.

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